Ormai sappiamo tutti che la plastica, come altri materiali, va riciclata. Sappiamo anche che non possiamo riciclarla tutta. Quale si e quale no?

Le indicazioni dei consorzi di recupero ci danno una semplice regola, per quanto riguarda la plastica: gli imballi si riciclano, il resto va nell’indifferenziato.

Facciamo un po’ di chiarezza.

Nell’ambito dell’utilizzo commerciale e sopratutto per lo smaltimento, le materie plastiche sono suddivise in 7 categorie. Se ci fate caso, negli imballi di plastica e in molti oggetti di questo materiale, troviamo il solito simbolo che ci dice che è riciclabile, con all’interno un numero. Noi buttiamo tutto nello stesso contenitore, ma approfondiamo:

Il primo simbolo è quello generico di riciclaggio, gli altri 6 contengono il numero che dice proprio quale plastica particolare abbiamo in mano.

1) PET: si tratta di un’abbreviazione con cui viene indicato il polietilene tereftalato. Viene impiegato nella maggior parte dei contenitori usa e getta e si presenta come una plastica leggera e flessibile.

Se possedete una bottiglietta con tale numero identificativo, non dovreste utilizzarla più di una volta in quanto aumenta il rischio di contaminazioni batteriche. Per di più con il tempo questo tipo di materiale rilascia componenti tossiche che vanno ad interferire con il sistema endocrino.

Il lavaggio del PET richiede strumenti professionali e lavaggi chimici molto aggressivi: per igienizzare una bottiglia non basta la pulizia domestica.

2) HDPE: identifica una plastica le cui molecole hanno una densità molto elevata. Questo si traduce in un materiale più rigido, usato in genere per contenitori di saponi, detersivi, olio e per giocattoli.

Gli esperti raccomandano di acquistare bottiglie d’acqua marchiate con questo numero, perché probabilmente sono le più sicure e l’acqua che bevete è quella più pulita.

3) PVC: la sua abbreviazione è sicuramente più conosciuta del suo nome esteso, cloruro di polivinile. Di questo materiale sono fatti tutti gli imballaggi alimentari, alcune bottiglie di olio da cucina, giocattoli per bambini e per animali. È sconsigliato l’acquisto di prodotti con tale plastica, responsabile del rilascio di pericolose sostanze chimiche. Nelle pellicole per alimenti (il cellophane)

4) LDPE: a differenza dell’HDPE, in questa plastica le catene di carbonio sono molto distanti l’una dall’altra e determinano una plastica flessibile. Non è possibile confezionare prodotti alimentari a causa del rilascio di composti pericolosi.

5) PP: le due “p” stanno per polipropilene, materiale sintetizzato dal chimico italiano Giulio Natta. Viene impiegato per il confezionamento di cibi più delicati, come i latticini: i vasetti di yogurt sono costituiti da questa plastica resistente e leggera. È un termoindurente: significa che con il calore non si scioglie. Rispetto ad altri materiali è un’efficace barriera contro l’umidità.

6) PS: quando acquistate un elettrodomestico, nella scatola che lo contiene troverete sicuramente del polistirene. È il materiale che costituisce quei pannelli bianchi e leggeri che proteggono il prodotto dagli urti. Sono fatti di polistirene anche i comuni piatti e bicchieri di plastica. Non lo si dovrebbe sottoporre a fonti di calore in quanto è possibile il rilascio di sostanze cancerogene.

7) Altro: in questa categoria ricadono tutti gli altri tipi di plastica che non appartengono alle sezioni precedenti, come oggetti costituiti da due o più materiali. Sono marchiate con il numero 7 anche le plastiche alternative di origine non fossile.

Termoplastica o termoindurente?

Questo è il dilemma! Questa macro suddivisione delle paterie plastiche ci aiuta a capire perchè non tutte si possono riciclare. Le materie plastiche, sono formate da grandi molecole (polimeri) fatte di carbonio e altri elementi. A seconda del tipo di polimero abbiamo termoplastiche o termoindurenti.

  • termoplastici: acquistano malleabilità, cioè rammolliscono, sotto l’azione del calore; possono essere modellati o formati in oggetti finiti e quindi per raffreddamento tornano ad essere rigidi; tale processo può essere ripetuto tante volte; Le 6 tipologie sopra appartengono alla categoria delle termplastiche.
  • termoindurenti: dopo una fase iniziale di rammollimento per riscaldamento, induriscono per effetto della reticolazione; nella fase di rammollimento per effetto combinato di calore e pressione risultano formabili; se vengono riscaldati dopo l’indurimento non tornano più a rammollire, ma si decompongono carbonizzandosi;
  • elastomeri: presentano elevata deformabilità ed elasticità.

I termoindurenti e gli elastomeri sono i più difficili da riciclare. Ad oggi gli oggetti che fanno parte di queste categorie non vengono riciclati.

Perché non vengono riciclati?

Per farla molto breve e un po’ semplificata, le plastiche termoplastiche vengono tritate, sciolte e ristampate. Questo per le termoindurenti non è possibile, perché questi polimeri se nuovamente sciolti, non mantengono le stesse caratteristiche.

Quindi che fine fanno?

Vengono stoccati in apposite discariche e poi termo valorizzate, cioè bruciate per generare energia.

Ma c’è speranza

All’IBM Research di Almadén hanno scoperto ‘per caso’ Titan, un polimero termoindurente riciclabile, con ottime caratteristiche meccaniche e chimiche. I termoindurenti sono indispensabili per molti utilizzi (pensiamo alle protesi mediche). Un altro passo è stato fatto per riuscire ad avere solo materiali riciclabili.

Fonti: COREPLA

Scritto da Ernesto Martin