Si torna a parlare di termovalorizzatore per le ultime news politiche, cerchiamo di fare un po’ di chiarezza e di lasciarci aiutare dalla scienza per capire meglio i fenomeni. Abbiamo capito che il problema dei rifiuti riguarda una moltitudine di aspetti, tra questi:

  • lo spazio che occupano per anni (per alcuni materiali secoli)
  • il pericolo che si incendino, per poi disperdere fumi e ceneri
  • le sostanze che rilasciano nell’aria
  • le sostanze che rilasciano nel terreno e nelle falde acquifere (il Percolato)
  • l’inquinamento dei mari

Abbiamo imparato che la strategia giusta è quella delle 4R: Riduzione, Riutilizzo, Riciclo e Recupero. La riduzione riguarda proprio la produzione dei manufatti (compresi gli alimenti), il riutilizzo riguarda invece la possibilità di riusare quei manufatti. Veniamo al riciclo e recupero, che sono collegati perchè riguardano i materiali di cui sono composti i manufatti stessi. Sappiamo che la plastica, uno dei materiali più inquinanti e presenti, può essere riciclata. Ma non tutta la plastica è riciclabile e comunque non lo è all’infinito. Ad ogni passaggio si perdono delle caratteristiche che la rendono più scadente, per alcuni usi.

Una discarica a cielo aperto.

Non è solamente la plastica ad inquinare, anzi il problema è proprio che spesso i materiali sono uniti tra loro e sono difficili da separare, tanto da non poter essere riciclati.

Quindi che si fa?

le opzioni sono:

Discarica. Ma per quanto tempo? Non ci si pone mai questa domanda. Per quanto tempo vogliamo tenere i materiali non riciclabili gettati in enormi mucchi? Quanto lavoro dobbiamo fare (e pagare) per impedire che quei materiali vengano beccati gli uccelli o ingurgitati da altri animali (e pesci)? Vogliamo creare dei capannoni chiusi e pieni di rifiuti in tutto il mondo? Dobbiamo considerare anche il pericolo di incendio.

Termovalorizzatori. Questa soluzione fa storcere il naso a molti di noi italiani. Abbiamo le nostre ragioni, vediamo alcune delle nostre strutture gestite malamente, quindi diamo per scontato che un termovalorizzatore sarebbe una bomba ecologica. I timori non sono infondati e sono assolutamente comprensibili, ma dobbiamo anche avere fiducia in noi, anche perché la tecnologia è cambiata, si è rinnovata.

Una analisi fatta da scienziati mette in luce che per considerare l’impatto ambientale di un termovalorizzatore bisogna tenere conto non solo delle emissioni dell’impianto termovalorizzatore, ma anche del fatto che i rifiuti inceneriti non emettono più nulla stando in discarica. Alcuni analisti affermano che si può parlare di impatto negativo! inoltre le ceneri pesanti, che sono lo scarto del termovalorizzatore, sono composte di metalli che si possono estrarre (anche oro e argento), mentre la componente minerale è facilmente impiegabile nella produzione di materiali da costruzione.

Ecco l’articolo scritto da chi ne sa molto più di me.

I TERMOVALORIZZATORI SONO PERICOLOSI PER LA SALUTE E PER L’AMBIENTE?Dopo la decisione del sindaco Gualtieri di costruire un nuovo termovalorizzatore a Roma, sono cominciati, come prevedibili, i dibattiti: inceneritore sì, inceneritore no, con i contrari ad essere maggiormente preoccupati delle conseguenze ambientali. Anche in questo caso si tratta di una discussione sterile, scientificamente parlando. Se da un punto di vista puramente politico si può (anzi, si deve) ragionare sull’opportunità o meno di costruire uno di questi impianti, da un punto di vista delle evidenze scientifiche, ogni preoccupazione circa la pericolosità ambientale degli impianti di incenerimento dei rifiuti risulta per lo più infondata. Questo post vuole rispondere fondamentalmente a quattro domande: perché ci servono i termovalorizzatori? Sono davvero pericolosi per la salute e per l’ambiente? Sono impianti dannosi per il clima? Che fine fanno i residui della combustione?La risposta alla prima domanda è legata al fatto che il ciclo dei rifiuti di molti materiali si chiude o con un conferimento in discarica del rifiuto stesso o con un suo incenerimento. Infatti occorre superare il luogo comune per cui alcuni materiali, come ad esempio la plastica, si possano riciclare all’infinito. Sempre relativamente alla plastica, infatti, le tecniche impiegate per il suo riciclo, tendono a peggiorare le qualità del materiale e spesso non producono mai un polimero puro, bensì un mix di polimeri differenti con caratteristiche qualitativamente inferiori rispetto alla plastica vergine. Proprio per questo motivo, di tutta la plastica che viene raccolta attraverso la differenziata, solo il 30% viene riciclata, il 40% viene bruciata e la restante parte viene conferita in discarica. Questo significa che riciclare non serve? No, ma, come tutto, ha dei limiti ed il riciclo non può essere considerato LA soluzione al problema dei rifiuti. Il riciclo è una delle strategie che si hanno a disposizione per gestire i rifiuti. Le altre sono la riduzione, il riutilizzo ed il recupero. Proprio alla voce recupero, rientrano appunto gli impianti di termovalorizzazione, che, bruciando i rifiuti, producono energia termica, elettrica e, come vedremo, permettono di recuperare molto del materiale incombusto. Capito quindi il perché i termovalorizzatori servono, arriviamo alla seconda domanda: sono pericolosi per la salute? Come ogni impianto industriale, naturalmente, anche i termovalorizzatori hanno un impatto sull’ambiente emettendo nell’atmosfera sostanze inquinanti come ossidi di azoto, particolato fine (PM10) ed ultrafine (PM2.5), idrocarburi policiclici aromatici, diossine, policlorobifenili e metalli pesanti. Tuttavia, come è facilmente controllabile dai siti internet degli impianti stessi e da controlli indipendenti sul monitoraggio della qualità dell’aria (ARPA e Università), le emissioni derivanti dai termovalorizzatori sono trascurabili rispetto al fondo ambientale e ampiamente al di sotto dei limiti di legge. In particolare, poi, a fronte di un aumento del quantitativo di rifiuti inceneriti tra il 1990 ed il 2019, i livelli emissivi di tutti i principali inquinanti sono rimasti pressoché invariati con alcune importanti eccezioni. Le diossine, ad esempio, sono calate del 93% rispetto al 1990, l’emissione di esaclorobenzene è crollata del 97%, quella dei policlorobifenili del 92%, oltre alle emissioni di piombo (-70%), nichel (-99.7%), mercurio (-89%), rame (-59%) e cromo (-90%). Se quindi è un dato di fatto che le emissioni di molti inquinanti sono calate drasticamente negli ultimi 30 anni, qual è il loro peso sul totale? In altre parole, quanto inquina un termovalorizzatore rispetto ad un altro impianto industriale? Per rispondere a questo quesito, confrontiamo le emissioni di inquinanti da parte dei termovalorizzatori italiani con le emissioni totali di quegli stessi inquinanti considerando tutte le loro fonti. Così facendo, notiamo come la rilevanza degli inceneritori è ampiamente inferiore al 2% per la maggiorparte degli inquinanti, ad eccezione del cadmio (11% sul totale delle emissioni). Per dirla con le parole dell’Arpa Lombardia in riferimento all’impianto di Brescia, l’impatto dei termovalorizzatori è “molto basso”. Pensate che a Brescia, il riscaldamento emette quasi 500 volte più PM10 rispetto all’inceneritore cittadino. Ok, quindi, i termovalorizzatori servono per chiudere il ciclo dei rifiuti, sono molto meno pericolosi per l’ambiente rispetto a molti altri processi industriali e non, ma, emettendo CO2, non sono forse nemici del clima? La combustione di sostanze contenti carbonio ha come inevitabile conseguenza la produzione di anidride carbonica e i termovalorizzatori non fanno eccezione. Anche loro, quindi, in linea teorica, contribuiscono al riscaldamento globale. Tuttavia, il loro impatto è totalmente trascurabile sul totale delle emissioni di gas climalteranti del nostro Paese ed emettono, a parità di rifiuti trattati, fino al 57% in meno gas climalteranti rispetto alle discariche e, a livello assoluto, pesano per circa il 2% sulle emissioni totali di gas serra italiane. Infine, concludiamo questa panoramica parlando del residuo che rimane dopo la combustione. Le ceneri pesanti che restano dopo la combustione contengono diversi materiali che possono essere recuperati come ad esempio i metalli ferrosi e non ferrosi. Pensate che nell’impianto di Terneuzen (Olanda), la componente non ferrosa recuperata dalle ceneri subisce un ulteriore trattamento per il recupero di rame, ma anche argento (fino a 1.3 tonnellate a semestre) e oro (fino a 61 kg ogni 6 mesi). La frazione minerale, che è anche quella predominante, può invece trovare impiego come inerte nel settore della produzione di cementi e di calcestruzzi o nell’ingegneria civile per la costruzione di sottofondi stradali. Infine, la componente rimanente, viene smaltita in apposite discariche. Insomma, dalla termovalorizzazione del rifiuto, non si ricava soltanto energia termica ed elettrica, ma anche materiali che potranno trovare una nuova vita. Una specie di “fenice”, che non ci sarebbe mai potuta essere se il rifiuto fosse stato conferito in discarica. -FrankFonti nel primo commento

Pagina Facebook Amo la Chimica

Ecco un altro post-articolo a completamento

Bisogna tenere conto di tanti aspetti nel considerare il nostro impatto nell’ambiente.

Scritto da Ernesto Martin