Bentrovati a tutti, l’estate è quasi finita così come le vacanze.

Si ricomincia, e ammetto che avrei voluto fare un articolo, se non allegro, almeno positivo.

Ma ho visto alcuni servizi in TV (alla quale non è detto che si debba credere) che parlavano delle Oceanic Trash Vortex.

Ne conoscevo già l’esistenza, ma sono rimasto comunque allibito. Sono state scoperte, fotografate e vengono finalmente studiate. Giusto per capire l’entità del fenomeno quardate questa immagine che ho pescato su wired.it

Evoluzione delle isole di plastica

evoluzione, in 24 anni, delle Isole di Plastica – Erik van Sebille

Non stiamo parlando di una isola di plastica, sono diverse e se continuiamo così non è difficile capire che ricopriremo tutto il mare.

Sapendo dove si trovano quelle isole verrebbe da pensare “bene, andate a pulire” “ma non è così semplice…” “Perchè?” “Come perchè… Perchè COSTA!”

E chi paga? E poi dove buttiamo tutta quella roba?

La mappa che vedete parla dell’evoluzione delle isole di plastica in 24 anni. Bisogna ripensare al modello economico generale, e fare delle politiche a lungo termine; perchè oggi il ciclo è questo:

  1. Produciamo una enorme quantità di beni, visto che la tecnologia ce lo permette
  2. Per venderli dobbiamo produrli “low cost”
  3. Se sono “low cost”, costa meno buttarli che ripararli
  4. Li buttiamo e li ricompriamo così l’economia gira
  5. Non vogliamo né discariche né inceneritori vicino a casa
  6. Portiamo i rifiuti in giro per il mondo, con la pretesa che i paesi che consideriamo “terzo mondo” o “in via di sviluppo” li smaltiscano per noi. Ecologicamente
  7. Bene, il risultato sono anche le isole di plastica.
Il Pacific Trash Vortex, noto anche come grande chiazza di immondizia del Pacifico (Great Pacific Garbage Patch) o semplicemente isola di plastica , è un enorme accumulo dispazzatura galleggiante (composto soprattutto da plastica) situato nell’Oceano Pacifico, approssimativamente fra il 135º e il 155º meridiano Ovest e fra il 35º e il 42º parallelo Nord. La sua estensione non è nota con precisione: le stime vanno da 700.000 km² fino a più di 10 milioni di km² (cioè da un’area più grande della Penisola Iberica a un’area più estesa della superficie degli Stati Uniti), ovvero tra lo 0,41% e il 5,6% dell’Oceano Pacifico. Nonostante le valutazioni ottenute indipendentemente dall’Algalita Marine Research Foundation e dalla Marina degli Stati Uniti stimino l’ammontare complessivo della sola plastica dell’area in un totale di 3 milioni di tonnellate, nell’area potrebbero essere contenuti fino a 100 milioni di tonnellate di detriti.

L’accumulo si è formato a partire dagli anni cinquanta, a causa dell’azione della corrente oceanica chiamata Vortice subtropicale del Nord Pacifico (North Pacific Subtropical Gyre), dotata di un particolare movimento a spirale insenso orario, il centro di tale vortice è una regione relativamente stazionaria dell’Oceano Pacifico (ci si riferisce spesso a quest’area come la latitudine dei cavalli), che permette ai rifiuti galleggianti di aggregarsi fra di loro formando una enorme “nube” di spazzatura presente nei primi strati della superficie oceanica. (da Wikipedia)

Questo reportage mi ha lasciato senza parole, sentite cosa racconta questo esploratore

[…]il racconto struggente, tragico e a suo modo poetico di un marinaio, Ivan Macfadyen (foto), che ha ripetuto la traversata del Pacifico effettuata dieci anni fa. Allora fra l’Australia e il Giappone bastava buttare la lenza per procurare pranzo e cena succulenti. Stavolta in tutto due sole prede. Dal Giappone alla California, poi, l’oceano è diventato un deserto assoluto formato da acqua e rottami.

Nessun animale. Non un solo richiamo di uccelli marini. Solo il rumore del vento, delle onde e dei grossi detriti che sbattono contro la chiglia.

Il racconto di Ivan Macfadyen, vecchio marinaio col cuore spezzato dopo 28 giorni di desolata navigazione nel Pacifico, è stato raccolto dall’australiano The Newcastle Herald ed è stato variamente ripreso da decine e decine di testate, tutte in inglese.

Macfadyen ha navigato con il suo equipaggio a bordo del Funnel Web sulla rotta Melbourne -Osaka – San Francisco. Dice di aver percorso in lungo e in largo gli oceani per moltissimi anni, dice di aver sempre visto uccelli marini che pescavano o che si posavano sulla nave per riposarsi e farsi trasportare. E poi delfini, squali, pesci, tartarughe… Stavolta nulla di tutto ciò: nulla di vivo per oltre 3.000 miglia nautiche.

Unica apparizione, poco a Nord della Nuova Guinea, quella di una flotta per la pesca industriale accanto ad una barriera corallina. Volevano solo il tonno, tiravano e ributtavano in mare – morta – ogni altra creatura marina.

E poi la parte più allucinante del viaggio, quella dal Giappone alla California, costantemente accompagnata dalla gran quantità di rottami trascinati in mare dallo tsunami del 2011, quello che ha innescato la crisi di Fukushima.

Rottami, rottami grandi e piccoli ovunque: impossibile perfino accendere il motore. Rottami non solo in superficie ma anche sui fondali, come si vedeva chiaramente nelle acque cristalline delle Hawaii. E poi plastica, rifiuti di plastica dappertutto.

http://www.veja.it/

Se le isole di plastica rimanessero lì ferme, con il tempo si potrebbe veramente pensare di andare a recuperare quel macello. Ma anche la plastica si degrada. (non ho detto bio-degrada) e quando i vari oggetti di plastica iniziano a sgretolarsi si rompono in tanti piccoli pezzettini che iniziano ad affondare. E si depositano sui fondali e vengono ingeriti da tutte le creature che vivono in mare.

La plastica in fondo al mare

Anche la plastica affonda

Non dobbiamo pensare che la plastica non possa affondare, è vero fino a che la dimensione dell’oggetto rimane abbastanza grande, ma per il principio di Archimede, se i pezzetti piccoli pesano più del loro stesso volume in acqua, affondano.

Inoltre alcuni tipi di plastica sono permeabili all’acqua e si inzuppano.

Ma non è ancora finita, prima o poi la plastica di degrada del tutto, fino alle singole molecole. Ottimo? No, perché le creature marine vivono immerse nell’acqua e la “respirano”, quindi inizieranno (e hanno già iniziato) a vivere immersi in acqua inquinata a livello molecolare.

Micro sfere di plastica

La plastica viene ingerita dai pesci

 

non basta la degradazione della plastica

Le creature marine mangiano la plastica

I pesci saranno tutti pieni di plastica

 

 

 

 

 

Insomma miei cari la situazione non è rosea. Il problema è grave e va affrontato. Non credo che il nostro pianeta riesca a risolvere tutto da solo. Forse un giorno le molecole di plastica verranno aggredite da microrganismi capaci di assimilare gli idrocarburi che costituiscono la maggior parte di questo materiale. Non è un atteggiamento responsabile aspettare di vedere le evoluzioni.

E mo’? Direi di iniziare a ridurre la quantità di rifiuti che produciamo. La plastica si può effettivamente riciclare, ma va fatto vicino ai luoghi di consumo. Quindi sarebbe opportuno pensare a come smaltire quello che produciamo. Inoltre il modello economico deve essere compatibile con la nostra vita.

Ma dobbiamo essere positivi, quindi continuiamo a scegliere prodotti eco-compatibili quando possiamo, e quando non possiamo facciamo la raccolta differenziata.

Ciao a tutti, a presto.

Scritto da Ernesto Martin