COREPLA, il consorzio nazionale per la raccolta della plastica, in questi giorni fa una bella campagna di sensibilizzazione sulla raccolta della plastica durante i mesi estivi.

Si tratta di una campagna utile e lungimirante. Nelle nostre spiagge vengono abbandonate tonnellate e tonnellate di rifiuti ogni giorno, pensiamo alle bibite che consumiamo, ai pasti o spuntini che ci deliziano sulla sabbia, oppure alle creme solari e ai mozziconi di sigaretta….

Certo Corepla si occupa della plastica, ma speriamo che la campagna sensibilizzi verso qualunque rifiuto.

 Sulle spiagge italiane al posto delle conchiglie si trova un tappeto multicolore di rifiuti, tra tappi di bottiglia, stoviglie usa e getta, mozziconi di sigaretta, cotton fioc gettati nel wc e passati indenni dai depuratori. Ogni cento metri di spiaggia se ne contano in media 714, e tre su quattro sono oggetti di plastica. L’allarme arriva del rapporto Beach Litter di Legambiente, che ha monitorato 47 spiagge italiane per un’area di 106mila metri quadrati e ha rinvenuto oltre 33mila rifiuti spiaggiati.

A guidare la top ten degli oggetti più presenti tra la sabbia ci sono pezzi di plastica e polistirolo (22,3% del totale), destinati con il tempo a frammentarsi in milioni di microparticelle che finiscono nella pancia dei pesci e, da lì, sulle nostre tavole. Il 13,2% dei rifiuti sono i bastoncini dei cotton fioc di cui i volontari hanno raccolto 4.412 pezzi, più dei 2.642 mozziconi di sigaretta (7,9%). Seguono tappi e coperchi di plastica e metallo, bottiglie e reti da pesca.

Dal sito di ANSA.

In realtà nelle spiagge non si trovano solamente rifiuti abbandonati dai bagnanti, ma gli ultimi rappresentano un elemento inquinante non indifferente. Gli scarichi delle nostre città finiscono nei fiumi e quindi in mare (a volte direttamente in mare), e i rifiuti che non vengono intercettati dai depuratori finiscono in spiaggia o, peggio, nella panca dei pesci che poi ci mangiamo.

Ma andiamo in vacanza solo al mare? Ovviamente no, la montagna è diventata una nuova frontiera per la massa di turisti annoiati dalla sabbia e dalle onde. Fino a qualche anno fa ad andare in montagna erano pochi appassionati romantici (ma non sempre educati e giudiziosi), oggi invece i rifugi sono assaliti da orde di camminatori di tutte le età. Bene, meglio così. Ma ahi noi, l’educazione non è sempre adeguata al luogo frequentato.

 I rifiuti in montagna

Malgrado l’assenza di opere divulgative inerenti alla presenza dei rifiuti nelle terre alte, lo scibile scientifico inerente ai concetti di remediation, bioremediation, phytoremediation, waste recovery etc. è abbondante e nutrito. L’impressione di chi scrive, basata come premesso su osservazioni e continue attività di pulizia e raccolta ormai estese nell’arco di un ventennio, è brevemente riassumibile in poche asserzioni relative alle valli di Ayas, Lys, Valtournanche e Champorcher.

  1. In passato, in un ambito temporale genericamente esteso fino ai primi anni Novanta, la maggior parte dei rifiuti era costituita da metallo e vetro. Tali residui, tuttora presenti in gran copia in più località alpine della Val d’Ayas e di valli limitrofe, venivano abbandonati all’interno di crepe o pieghe del terreno o delle rocce: non sussisteva un sentimento di responsabilità condivisa sufficiente ad impedirne o a sanzionarne socialmente l’abbandono nell’ambiente, tuttavia si cercava curiosamente di “nascondere” generazioni di rottami e detriti all’occhio del viandante. Ciò delineava, oltre all’assenza di una coscienza ecologica propriamente detta, una prospettiva decisamente antropocentrica, poiché lattine o batterie nascoste all’interno del terreno o sotto una roccia possono risultare invisibili al passante, inquinando tuttavia l’ecosistema e minandone la fauna e la flora.
  2. Più recentemente, dai tardi anni Novanta ad oggi, il rilascio di materiali ferrosi o vetrosi è progressivamente diminuito fino quasi a scomparire. Ciò è dovuto al mutamento del materiale utilizzato per l’imballaggio dei cibi, oltre che sicuramente per l’emergere di una forte coscienza ambientale e di un sentimento di riprovazione sociale per chi viene colto nell’atto di gettare rifiuti in prati, torrenti o laghi.
  3. Manca tuttavia un’opera sistematica di raccolta dei rifiuti residui, specie nelle alte quote, e di sensibilizzazione contro il loro rilascio.
Dal sito http://www.varasc.it/

Le considerazione fatte da Varasc si possono applicare a tutti i luoghi di montagna e che visitiamo in genere.

Ora voglio esagerare, guardate che roba nel tempio degli scalatori. Questa foto mostra la situazione dei rifiuti nella valle dell’Everest.

 Pulire non è solo portare via. Che fine fa la spazzatura dell’Everest?

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KATHMANDU, Nepal – Tende, corde, bombole di ossigeno, rifiuti organici, plastiche, batterie. In base alle nuove regole stabilite da Kathmandu ogni persona che salirà oltre il campo base dell’Everest dovrà portare indietro 8 chili di spazzatura a testa. Ma che fine faranno quei rifiuti? La fine che fanno già, anche se potrebbero essere di più: da anni infatti, l’immondizia viene raccolta e differenziata dal Sagarmatha Pollution Control Committee (Spcc), che, insieme al Comitato italiano EvK2Cnr ha installato un inceneritore di rifiuti bruciabili a Namche. Il sistema, dunque, esiste e se le norme fossero rispettate funzionerebbe anche: a questo sembrerebbero volti i nuovi provvedimenti. Ma un’altra questione si pone all’attenzione di tutti: quella delle quantità.

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Dal sito montagna.tv

Dobbiamo metterci in testa che ovunque andiamo e ci fermiamo lasciamo delle impronte. Bisogna imparare a cancellarle e non lasciare alcuna traccia del nostro passaggio. Quando andiamo al mare, in montagna o in altri luoghi a passare del tempo per rilassarci ricordiamoci di attrezzarci con dei sacchetti per riportare a casa i rifiuti. E portiamoci via solo il necessario, non carichiamo cose inutili, per non avere la tentazione di abbandonare rifiuti e oggetti alle nostre spalle.

Buone vacanze a tutti e ricordate di fare la differenza……..

Scritto da Ernesto Martin